Vespers for the Opening of the Pauline Year

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Sermon of the Ecumenical Patriarch:

Santità, amato Fratello in Cristo,

e voi tutti, i fedeli nel Signore,

Animati da una gioia colma di solennità, ci troviamo, per la preghiera dei Vespri, in questo antico e splendido tempio di San Paolo fuori le Mura, in presenza di numerosi e devoti pellegrini venuti da tutto il mondo, per la lieta inaugurazione formale dell’Anno di San Paolo, Apostolo dei Gentili.

La radicale conversione ed il kerygma apostolico di Saulo di Tarso hanno "scosso" la storia nel senso letterale del termine ed hanno scolpito l’identità stessa della cristianità. Questo grande uomo ha esercitato un influsso profondo sui Padri classici della Chiesa, come San Giovanni Crisostomo, in Oriente, e Sant’Agostino di Ippona, in Occidente. Sebbene non avesse mai incontrato Gesù di Nazaret, San Paolo ricevette direttamente il Vangelo «per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1, 1112).

Questo sacro luogo fuori le Mura è senza dubbio quanto mai appropriato per commemorare e celebrare un uomo che stabilì un connubio tra lingua greca e mentalità romana del suo tempo, spogliando la cristianità, una volta per tutte, da ogni ristrettezza mentale, e forgiando per sempre il fondamento cattolico della Chiesa ecumenica.

Auspichiamo che la vita e le Lettere di San Paolo continuino ad essere per noi fonte di ispirazione «affinché tutte le genti obbediscano alla fede in Cristo» (cfr. Rom 16,27).

SERMON OF HIS HOLINESS

Santità e Delegati fraterni,

Signori Cardinali,

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

Cari fratelli e sorelle,

siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Chi era questo Paolo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio…» (At 22,3). Alla fine del suo cammino dirà di sé: «Sono stato fatto… maestro delle genti nella fede e nella verità» (1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo retrospettivo al percorso della sua vita. Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato. «Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi.

Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale "Anno Paolino": per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo. In questa prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo, una speciale "Fiamma Paolina", che resterà accesa durante tutto l’anno in uno speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta "Porta Paolina", attraverso la quale sono entrato nella Basilica accompagnato dal Patriarca di Costantinopoli, dal Cardinale Arciprete e da altre Autorità religiose. È per me motivo di intima gioia che l’apertura dell’"Anno Paolino" assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con cuore aperto. Saluto in primo luogo Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e i membri della Delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con Lui e con tutti noi questi momenti di preghiera e di riflessione. Saluto i Delegati Fraterni delle Chiese che hanno un vincolo particolare con l’apostolo Paolo – Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia – e che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a Roma. Saluto cordialmente i Fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solenne inizio dell’"Anno" dedicato all’Apostolo delle Genti.

Siamo dunque qui raccolti per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In questa ora, all’inizio dell’"Anno Paolino" che stiamo inaugurando, vorrei scegliere dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere. Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo.

Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio … di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte … Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era uno capace di ama, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge» della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. in 1Jo 7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere.

Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo. Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti «la sua causa». La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» (Lc 24, 39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma. Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente realtà: C’è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come Corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone. «Perché mi perseguiti?» Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Vorrei concludere con una parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte. «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo discepolo (2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi.

In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen.

 

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About Fr. John Zuhlsdorf

Fr. Z is the guy who runs this blog. o{]:¬)
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29 Responses to Vespers for the Opening of the Pauline Year

  1. Mark M says:

    Father,

    I’m not familiar with St Pauls Outside-the-Walls. What is the “hole in the floor” they seem to be approaching? Is it some kind of window into the sepulchre?

    I was really pleased to see the segment I was able to catch on EWTN. I thought it a very propitious gesture to have the Ecumenical Patriarch preach, and bless (half) the incense. I wasn’t so fond of the singing, but apart from that, it was good.

    Another question, if I may: I’ve never seen Solemn Vespers in the extraordinary form (except once on a video of Wigratzbad); would it be similar to this in form, essentially, or are there marked differences?

    I’ll run along now, before I think of more questions!

    Best wishes,
    Mark

  2. Josiah Ross says:

    In the EF, the order of vespers is as follows:
    Opening versicles.
    First antiphon, then psalm.
    Second Ant. and psalm.
    Third Ant. and psalm.
    Fourth Ant. and psalm.
    Fifth Ant. and psalm.
    Chapter (From scripture)
    Hymn.
    Versicle
    Antiphon and magnificat .
    Collect, and any commemorations.
    closing versicles.
    The OF has the hymn after the opening. versicles, and only two psalms, followed by a canticle. Then follows a short reading from scripture, a short responsory, and the Magnificat. After the magnificat, short intercessions are prayed, followed by the Pater Noster, and the collect of the day. Assisting priests may wear copes. deacons wear the dalmatics.
    I missed the vespers, is there any way I can see it?

  3. Mark M says:

    Josiah Ross:

    Thank you for that. I pray Vespers from the ’62 Breviary anyway, so I guess I ought to have better phrased my question. I think what I mean was, just as the Vespers today had certain little bits added to what one could term how one says Vespers on one’s own, is there anything on top of that that the Solemn Vespers in the extraordinary form has that that in the ordinary form does not? I hope that makes sense!

    I’ve not found any videos online yet; maybe on H2O or gloria.tv later?

  4. Tobias says:

    I have a question: at the Councils of Lyons II and Florence, when there were
    serious and temporarily successful attempts to reunite the Eastern schismatics
    to the Church, did the Pope and other Catholic hierarchs participate in the
    Sacred Liturgy with the Easterners? Or did they invite the Easterners to
    officiate in the Mass, give blessings, or preach prior to the resolution of
    doctrinal difficulties and the re-establishment of communion? I know that
    the patriarch is a priest and a bishop, but is it usual for Catholics to seek
    blessings from priests and bishops with whom we are not in communion? The Pope is sovereign
    over canon law, so he can (as far as I can tell) dispense with rules concerning
    communicatio in sacris. Nevertheless, I am utterly confused as to what message
    this sends. Fr. Z. has commented on the relative timing of agreements and
    group photos in the talks with the SSPX. Hopefully, the photos above go hand
    in hand with some very big agreements that have been made behind the scenes.

  5. Tobias says:

    Of course, what the Ecumenical Patriarch said and did at the Basilica was not
    in any way schismatic, but good and Christian. Indeed, the true proponents
    of division are probably already excoriating him for “sucking up” to the Roman
    “antichrist” (sic).

  6. LCB says:

    Tobias,

    This is Vespers, not mass. They are simply praying together.

  7. Tobias says:

    LCB: Thanks for the reply. You’re right: you can’t go wrong just praying
    with others, regardless of their religion. Our Lord ate with Samaritans,
    and their situation vis-a-vis the Jerusalem Temple was similar to that of the
    Eastern Orthodox vis-a-vis the Vatican. And I can’t fault someone for exercizing
    his sacramental power to bless others — “those not against you are with you.”
    As for the Pope asking the patriarch to preach at Mass, for exceptional
    circumstances there are exceptions to the rules.

    I really need to summon good will and grace to wrap my head around ecumenical
    events like this. This certainly isn’t Asissi Redux, and it isn’t communicatio
    in sacris. I am happy that the patriarch accepted the invitation of the Holy Father. I am happy that such a sign of progress is possible. I hope that talks are going well between the Pope and the patriarch. Given my harsh criteria, I guess I don’t know how genuine ecumenism would work. When the Popes invited the Eastern patriarchs to Lyons II and Florence, they didn’t sign the letters of invitation “Dear Arch-Schismatic Usurper and Patriarch by Abuse,” that is for certain. So the lesson from the presence of the patriarch is simple (union and charity), and
    arch-traditionalist over-thinking is uncalled for. May the Pauline Year be blessed!

  8. Geoffrey says:

    I watched this live and it was very nice, I thought. Vespers seems to be the perfect thing for ecumenical prayer, as it is not Mass. It was very nice seeing Patriarch Bartholomew I with Pope Benedict XVI… the Successor of Andrew and the Successor of Peter… brothers!

  9. Marcus says:

    I am delighted to see Benedict and Patriarch publicly praying together. I was overjoyed to watched the Divine Liturgy from Constantinople through EWTN when Benedict visited Asia Minor. It was strange and a bit sad to see the Pope sitting by whilst Holy Communion was distributed.

    Their public actions together are wonderful, but I haven’t heard much about the theological dialogue that must be going on behind the scenes, only that the Russians throw their toys out of the pram every time someone says, “Estonia”.

    This would be the the most massive event in Christianity perhaps since the Protestant Revolt. The Eastern Church has so much to bring to a united Church, and what an incredible witness to the world a united Apostolic Christendom would be. This is much more important than the SSPX mess. Not that the salvation of some souls are any less important than others. May all come to unity in the one Church of Christ.

  10. sacredosinaeternum says:

    Mark M.,

    His Holiness, Pope Benedict and the Patriarch prayed together in the front of St. Paul’s tomb. Beneath the glass on the floor, one can see through and beneath it- the work of archivists in the last few years around St. Paul’s tomb. They have uncovered what appears to be the original apse of the first, smaller church. The current Basilica- like that of St. Peter- was built right on top of the old one. That’s what you saw on the ground near St. Paul’s tomb.

  11. Jordanes says:

    Sorry for the off-topic comment, but I was wondering if Father Zuhlsdorf or anyone else knows the origin of the Introit for the Solemnity of Sts. Peter and Paul according to the “ordinary” or Pauline use of the Roman Rite. In the current (mis)translation, the Introit is rendered into English as:

    “These men, conquering all human frailty, shed their blood and helped the Church to grow. By sharing the cup of the Lord’s suffering, they became the friends of God.”

    It sounds kind of like a quote from the writing of a saint or Church Father.

  12. Supertradmom says:

    Praise God, how beautiful and how appropriate. Our Pope is truly inspired.

  13. EDG says:

    “In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo.”

    I thought it was a very beautiful homily and I thought it was particularly interesting that it focused on the Church (theoretically a sticking point). Decades ago, before the collapse of everything, I recall thinking that the doctrine of the Church as the Body of Christ was something that completely transformed the world before one’s eyes. It’s a nearly forgotten concept, I’m afraid, and having the EP bring it before us again was truly wonderful.

  14. Greg Hessel in Arlington Diocese says:

    Did the Patriarch speak Italian?

  15. EDG says:

    Ooops – I went back to quote it for something else, and I just realized I had read the Pope’s homily! Still beautiful, and it’s still wonderful to have this concept brought back to us. Of course, the EP said some elegantly nice things, too. I wish, I wish, I wish we could get this one resolved. I was at a Greek vesper service last night (for a local celebration in honor of some Greek immigrants to St. Augustine) and I was thinking how truly wonderful it would be if this division were a thing of the past.

  16. Greg,

    The patriarch speaks fluent Italian,having lived many years in Rome and being a graduate of the Gregorianum. By the way he will attend the Mass in the morning and will participate in the Liturgy of the Word. I am sure that there will be zealot voices on both sides who will criticize both the Pope and the Patriarch for this action, especially with the mutual reciting of the Creed minus the Filioque clause.

  17. Deusdonat says:

    To eccho a previous poster, we are truly blessed to be witness to the papacy of his holiness Pope Benedict (may God bless him and grant him 100 years). I pray for a reunification of the tru churches of the councils NIGHTLY. I hope I will see this in my lifetime.

  18. Greg Hessel in Arlington Diocese says:

    Hieromonk Gregory,

    The Patriarch graduated from the Gregorianum?!?!?!? What exactly did he study?!?

  19. LCB says:

    Fr. Z or anyone else,

    What is the meaning of the logo for the Pauline year? I can’t find information on it.

    Greg,

    Turkey oppresses Christianity in a very harsh way, and all Orthodox seminarians are required to study outside the country.

  20. Anthony Bailey says:

    Dear Fr Z,

    This is totally off the topic but why do French priests no longer wear the amice? I have seen countless photos on website, articles etc and they all seem to be wearing a sort of nightshirt arrangement including bishops.

    Your thoughts

  21. Greg,

    The patriarch did his Orthodox studies at the patriarchal seminary on Halki before the Turks closed it. He later went to the Gregorianum for doctoral studies, what area I don’t know.

  22. Mark M says:

    sacredosinaeternum: Thank you!

  23. Kurt says:

    Did someone else notice? I could have sworn that I saw (on another website) a picture of the pope wearing a maniple during the Vespers, but not the Mass. Did I imagine this? [I think you may be mistaken. Also, a maniple would not have been used during vespers.]

  24. Tobias:

    The issue of the real, theological, and maybe we could say, “ontological” state of communion between the Church of Rome and the Orthodox Churches is exceedingly complex and, if I may say so at risk of commenters disagreeing, not entirely clear. What I mean is this: careful theologians who really penetrate these issues make excellent arguments for there being, in fact if not in experience, no significant barrier to unity; the issues that are usually cited, while certainly important, are actually differences of expression, of understanding, of culture, and even of philosophical system, but not differences of actual faith. This whole matter is the subject on ongoing, exceedingly careful dialogue, involving serious and thoughtful and faithful people, Catholic and Orthodox.

    Now, I know, many commenters will cite the filioque, the role of the papacy, the Immaculate Conception, etc., as substantial issues of different belief. And I am sure there are serious people who can make the counter argument. We are not going to resolve this here, so let’s not try to reargue it here.

    All I can say, as one who is not expert in these subjects, is what I’ve just said–very smart and very faithful and very careful theologians and prelates see the matter otherwise, and the Roman Church, at the highest level, seems to tend in that direction, without taking a definitive position: the provisions of canon law regarding the Orthodox sharing in the sacraments, and what you see happening in Catholic liturgy, seem to be very consistent with this view I’ve tried to describe.

  25. A couple of points of clarification: the pallium first worn by His Holiness Pope Benedict XVI is similar to but not identical to the Byzantine omophorion. Fr. Zuhlsdorf has posted a diagram from Fr. Braun, S.J. which shows the development of the pallium. The customary omophorion is considerably wider and longer than the pallium first worn by Pope Benedict XVI. The front of the omophorion than hangs down near to the bottom of the sakkos comes from under the part of the omophorion than circles the neck, while the pallium of Pope Benedict XVI had the section that hangs down the front coming over the top. Braun’s diagram show the pallium coming under. I don’t believe this has any great significance. I would like to point out that the omophorion which is worn by all Byantine bishops, Catholic and Orthodox is the insignia of the episcopacy. While at first sight it may bear some resemblance to the double or extended orarion of the Byzantine deacons, a closer examination will show that it hangs quite differently. The pallium and the omophorion are worn around the neck in a circle with one end hanging to the front and the other to the back. [Omophoria today are fastened to the sakkos or the phelonion [chasuble] with buttons and loops. It requires skilled subdeacons or deacons to vest a bishop in a dignified manner with the omophorion.] While it is obvious that the pallium and the omophorion are in origin the same episcopal insignia, the pallium has taken on a different significance and is now related to jurisdiction in connection with the papacy.

    Omophoria today are usually made of the same material as the sakkos [often a brocade]. Orginally, the omophorion was made of wool like the pallium and the crosses on it were either black or red. When the omophorion is placed on the bishop, the protodeacon sings the following prayer:”This is the image of the Son of God, who left the ninety-nine sheep in the mountains and went in search of the one which had strayed, and found it, and took it on His shoulders, and brought it to the Father according to His will, always, now and ever, and unto ages of ages.” [Ruthenian usage]

    The orarion of the deacon is not worn around the neck but is fastened to the left shoulder. This insignia of the deacon in the East dates from at least the 4th century. It is worn over the sticharion [alb]. The extended or double orarion which is not earlier than the 17th century [the present day rubrics still suppose only a single orarion – not the double orarion as worn by the Greek Orthodox deacon as seen in the photos] passes under the right arm and circles the body across the chest and back but not about the neck.

  26. Fr Martin you make some very significant comments. Rightly, it is a very complex situation and it is going to take time and prayer to move to a fuller unity. However, there is already a recognition that there is a unity of sorts, even if it is factured. We [Catholics and Orthodox] share much in common – in both faith [certainly the expression is different] and sacraments. And thought to a much lesser extent there is already some agreement in regards to the primacy of the Bishop of Rome. One only has to read His Holiness Pope Benedict XVI and Metropolitan John (Zizioulas) of Pergamon on Eucharistic theology to realize the ‘estrangment’ can be overcome. We need to approach all of this in charity and humility. We need to fully understand what the Catholic and Orthodox Churches teach and free oursleves from defensive polemics. Catholics both Roman and Eastern need to remember that the very foundation of the Papal claims bears the burden of supporting the unity of the universal Church. The Bishop of Rome has here a greater burden than all of his brother bishops. It is essentially this burden that makes the Papal claims real. The Papal claims are in their very foundation pastoral: the Bishop of Rome is to support his brother bishops in a unity of “charitas”. Pope Benedict XVI needs our prayers and our support so that he can act boldly with “agape”. The primacy of the Bishop of Rome is first a primacy of “agape”. It has a real and immediate jurisdiction but the jurisdiction is founded upon the grace of “agape”. And this can only be done when we have died fully in Christ – so we might say with the Holy and Glorious Apostle Paul, “It is not I who live, but it is Christ who lives in me.”

  27. Kurt says:

    Look under the article entitled “Solemn Vespers for the Inauguration of the Pauline Year” on The New Liturgical Movement, the second picture from the top. If it’s not a maniple it sure looks like one. What is it? [His stole, under the cope.]